SALVATORE VENDITTELLI

 

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MUSPAC 1999

 

 

BIOGRAFIA

Nato a Roma nel 1927, Vendittelli è pittore, scultore, scenografo. Dal 1955 partecipa alle più importanti attività artistiche e culturali del momento e la sua attività si alterna tra teatro, cinema e mostre d'arte.

In contrasto col gruppo della Scuola Romana di Piazza del Popolo

 

 


   

Salvatore Vendittelli afferma, dipinge, scrive, grida due sole parole: “NO” e “PLAGIO”, un avverbio e un sostantivo. Ininterrottamente, con forza e con ostinazione. Non solo esaurisce con queste parole il suo contratto discorso verbale, ma conclude anche la sua composizione figurativa, l’intero spazio della tela, fino a traboccare o a sprofondare in essa. Il fatto singolare è che Venditeli prende di nuovo pubblicamente parola e impiega di nuovo il pennello con l’assolutezza del pittore, venendo fuori da un lungo periodo di silenzio, non affatto vuoto ma colmo di altre opere, nel corso del quale ha preso attivamente parte in qualità di scenografo al “glorioso”, spericolato e sperimentale teatro confinato nella marginalità delle cantine romane, nel decennio 1961 – 71.
Ha lavorato per ben undici movimentate stagioni fianco a fianco a Carmelo Bene in spettacoli che hanno provocato scandalo, ma che hanno fatto anche data, come la prima edizione di “Pinocchio” nel 1963 e la “Salomè” nel 1964. in seguito, quasi risalendo dall’oscurità, è stato scenografo “sotto le stelle” negli spettacoli allestiti all’aperto a San Miniato in Toscana. Che appartengono anch’essi alla storia teatrale dell’ultimo trentennio. E se non bastasse, ha insegnato scenografia all’Accademia di Belle Arti, prima a Venezia, poi a L’Aquila e infine a Roma, con dedizione, talento didattico, invidiabile prestigio guadagnato su scolaresche molto spesso sbandate e recalcitranti ma sempre egualmente aperte e disponibili come è la giovinezza.
Vendittelli ci mette ora di fronte al “NO” e al “PLAGIO”. Con bruschezza e senza mezzi termini. Direi che la stessa biografia, non meno della scrittura visiva, scoglie l’enigma di queste sorprendenti tele. Il secco “NO” ripetuto in sequenze ordinate oppure esploso in successioni trasversali che si accavallano, fuggono verso i margini oppure sfocano, come a suggerire il grido e la sua eco, questo “NO” non appartiene alla trita e corrente cultura della negatività, che è quella dello spiccio, facile nichilismo di massa in cui siamo tutti invischiati e da cui veniamo umiliati. Nietzche aveva insegnato a dire “si” con coraggio e con grande generosità e non possiamo confonderlo con l’odierno prèt-à-porter nichilistico. Come non vi appartiene nemmeno il “NO” di Vendittelli. Esso discende da un nucleo intricato fatto d’insofferenza, di generosità e di speranze andate deluse e offese.
In una stagione di conformismo e di acquiescenza ad ogni livello, Vendittelli fa la sua bella libertà e la dignità della protesta. Il “NO” che siamo portati a considerare una caratteristica esclusiva dell’adolescenza –dico pur con dolore “no” al padre o ai padri per dire “si” a me stesso- diventa un prerogativa dell’esperienza accumulata negli anni e affinata nella consapevolezza.
“Ripennes is all”, poche volte questa dura affermazione risulta vera come nel secolo che si sta chiudendo e che ha speculato a lungo e criminosamente sul mito della gioventù.
Ma non voglio adoperare la biografia fino all’abuso dell’uomo per trovare la chiave di lettura di queste composizioni. Lo stile di Vendittelli è secco come il suo “NO”e, al pari del suo “NO”, maturo e ben stratificato.
Vi scorgo una radice lontana nella grafica di Sironi fra il futurismo, l’espressionismo e la compattezza del ritorno all’ordine. E una radice vicina a farsi interna ancora in quella grande area che prende di nuovo nome dall’espressionismo, comprese le sue manifestazioni gestuali.
Ma è un espressionismo, quello di Vendittelli, tanto personale che traccia lettere tipografiche, le fa urtare, le sovrappone, le lancia verso la periferia oppure le lascia sprofondare. La scrittura della sua ripetizione è quella di oggi, ma non appare fredda e rivolta solo a sé stessa come nelle opere concettuali. E’ piuttosto di tipo mentale, compromessa con la riflessione e con una coscienza che si riferisce al mondo, alla condizione odierna dell’uomo e della società.
Poi c’è la parola “PLAGIO”, pesante come un’argomentata accusa, apparsa sulle tele dopo una lunga insistenza sulla negazione, a chiarire in maniera risolutiva il significato del “NO” di Vendittelli. La negazione è qui negazione del “PLAGIO”. Se consultiamo un dizionario etimologico possiamo imbatterci in sorprendenti chiarificazioni. “PLAGIO”, che ha affinità con “obliquo” e “scaltro”, deriva da “plagiare”, e “plagiare” vuol dire “rubare”, precisamente “rubare schiavi”. Per rubare occorrono scaltrezza e obliquità. Con penetrazione creativa, Vendittelli fa galleggiare la parola “PLAGIO” su un sfondo astratto-espressionista clonato, composto di un colore fascinatorio e “obliquo” come è l’arancione. Secondo Vendittelli siamo dunque tutti plagiati. Plagiati da chi, e poi, di che cosa? Chi ci deruba di noi stessi?
Mentre mi pongo questi interrogativi è scesa la sera. Dalla finestra scorgo, schermata da una magnolia grandiflora, l’azzurro respingente e instabile di uno schermo televisivo.
Dopo tutto, ha ragione Marshall McLuhan, ma non il pubblico sognatore dei suoi fortunati libri, ma l’uomo dubbioso e tormentato sul futuro degli strumenti comunicativi che appare con nostra sorpresa dalla sua corrispondenza privata. Il tanto atteso “villaggio planetario” si è trasformato nella cella –che non ha nulla da spartire con quella del monaco- di un single “plagiato”.

Alberto Boatto


 

Senza titolo

pittura su tela

150 x 150 cm

1997

 

Senza titolo

pittura su tela

218 x 140 cm

1997

 

 

 

 

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