Fluxus , 1997 vernice su tela 96 x 250 cm
Senza titolo
L'opera di Chiari va al di là quindi dell'atto che istituisce la negazione, perehé "secondo questo autore la negazione deve essere a sua volta negata", pena la ricaduta in una certa epidemicità del fare avanguardia. Pensare significa immaginare ciò che accade nei diversi mondi possibili. Quindi egli semplicemente "concepisce un'intenzione" come una a-funzione, che in ogni modo possibile determina "un'estensione". Di qui la ma grande differenza da John Cage... la musica di Chiari non vuole conoscere attraverso "il silenzio", "ma propone di riapprendere, in questo silenzio negato e dunque permanentemente lacerato dal frastuono, a vivere nell'infinita precarietà di questo pieno ed in questa totalità, dove tutte le musiche sono uguali". I contenuti concettuali del continuo variare e le valenze di sovversione proprie di questa pienezza sonora precisano momenti di a-funzione violenti, che determinano concreti riferimenti a nuove espressioni linguistiche nei diversi mondi possibili. L'avventura dell'arte di questa seconda metà del secolo, sebbene sia costantemente tentata dall'assenza, dal silenzio e dalla pagina bianca, come realizzazioni assolute di un voler sentire solo l'essenziale, si accompagna in modo opposto ad una ripetizione infinita di una configurazione, di un pattern percepito come esemplare destinato ad occupare tutto lo spazio disponibile, a trasformare il caos in un nuovo universo di vita. […] Enrico Pedrini [Giuseppe Chiari e la teoria dell'arte in Fluxus]
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