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attività del MUSPAC - 1986 | |||||||
15 novembre - 15 dicembre L.Battisti, W.Battiloro, L.Chicchitti, F.Fiorillo, M.Folci, A.Gioia, S.Nannicola, C. Tornincasa.
Il nido della Fenice In questa seconda metà degli anni ottanta, il profilo dell'arte contemporanea va delineandosi in tutta la sua crudezza: ad un'improponibile avanguardia, praticabile nominalisticamente con giochi linguistici di prefissi e suffissi variamente combinati (ismo, neo, post, iper...), fa riscontro una scadente produzione artistica caratterizzata da un epigonismo nomade ed eclettico. La storia dell'arte è il deposito cui attingere, saccheggiando senza remore lezioni di Maestri e Movimenti, mescolando gli stili e citando a più non posso, ora in maniera dotta, ora in maniera rozza, i brani significativi della cultura visiva. L'immaginario è cosi costretto a fare il verso a singoli capolavori o ad intere epoche e poetiche, quasi che le deformazioni in positivo o in negativo di una classicità da rimettere in discussione, siano garanzia di autenticità; e rinnovamento, se non altro formale. L'Artista Orfeo tenta in tal modo di ritrovare la luce di un sole spento (creatività), ma non resistendo al richiamo dell'Arte Euridice, si volta, in malo modo, decretando la sua eterna dimora nel Tartaro. La morte dell'arte: da Hegel ad Argan il lamento delle prefiche ha appena sfiorato il dolore del l'irreversibile perdita dell'aura, della pausa a dell'intervallo tra opera dotata di una intrinseca sacralità (religiosa o laica) e destinatario del suo polisensico ed ambiguo messaggio. Resiste l'esile speranza della rinascita: Parlando della Fenice, non si dice che essa muore, ma solamente che rinasce (R. Barthes). La sfida della Fenice, ovvero la possibiltà di tornare a nuova vita senza perire. Tra i simboli del mito, cenere, fuoco e volo sono i più noti. Scarsa attenzione è stata data al nido, il nido della Fenice, intrecciato ogni cinquecento anni con profumati ramoscelli di cassia, incenso, cinammono e nardo. Nido come topos placentare dove le linee della morte e della vita si confondono e fondono nel rinnovato sorgere di una ciclica primavera.
Questa rassegna, non è di tendenza, nè tanto meno di movimento, sostiene una sola tesi: lontano dai clamori del mercato e dalla 'metastoria' della critica d'arte di parte o accademica, lavorano, o meglio operano, forti individualità; artistiche difficilmente etichettabili, sostenute da un unico credo: poter spiccare un volo altro, orientato verso nuovi orizzonti espressivi. L'arte e la sua storia sono di conseguenza situate tra la terra ed il cielo quale punto di contatto tra la visione del mondo degli uomini e quella degli dei. Il rito propiziatorio, il sacrificio necessario all'attenuazione del malessere e del disagio di sventure venute da lontano, necessita della continua reinvenzione di immagini e simboli apotropaici. Il deja vu, il contrabbando del kitsch, il vecchio fatto passare per antico, uccidono la vita, e non solo l'arte. Il nuovo contro la novità, la persistenza contrapposta all'effimero, la tensione drammatica antagonista dell'inerzia ludica. Mostra da leggere trasversalmente, quindi, con la più, ampia ed autonoma apertura interpretativa. Ogni artista presente, anche con una sola opera, tiene la 'personale' del cangiante universo poetico che, quando è grave, autentico, si abbevera nella sorgente dell'inquietudine. Non è la quantità, ma una omogenea non gerarchizzabile qualità, a fare da tessuto connettivo ad una lingua viva, grammaticalmente e sintatticamente fresca, in queste opere di Folci, Contestabile, D'Alfonso, Di Fabio, Gagliardi, Gioia, Liberatore, Mariani, Nannicola, Rainaldi, Servillo e Zjbbà. Il confronto generazionale può evidenziare inevitabili differenze tra chi dipinge e scolpisce da oltre quaranta anni e chi è appena agli esordi. Ma, gli scarti, sono annullati da una identica tensione creativa, innervata da un work in progress condotto all'insegna della sperimentazione formale e tecnica più; avveduta. Ne va sottaciuta un'altra considerazione: l'albero scelto dalla Fenice per il suo nido, affonda le radici nell'humus di una stessa 'terra' (L'Aquila). Antonio Gasbarrini
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